Cartagine

cartagine

"Enea ammira le moli, un tempo capanne, ammira le porte e lo strepito e i lastrici delle vie. I Tirii si affannano ardenti, parte ad erigere le mura e a costruire la rocca e a rotolare a braccia macigni, parte a scegliere un luogo per la casa e a recingerlo d'un solco; scelgono leggi e magistrati e il santo senato; qui alcuni scavano il porto, qui altri gettano le profonde fondamenta del teatro, e dalle rupi tagliano enormi colonne, alto ornamento alle scene future. "
(Eneide, libro I, 421-429)
Virgilio fa di Cartagine il teatro della prima parte del suo poema: dopo anni di peregrinazioni nel Mediterraneo, Enea e i suoi compagni sono sbattuti da una tempesta sulle coste dell’Africa presso Cartagine e vengono salvati dai suoi abitanti. Al primo sguardo la città suscita in Enea un sentimento di stupore ed ammirazione: qui incontra la regina Didone che gli offre la sua ospitalità e l’eroe ne resta affascinato. La regina, incantata dal racconto del suo viaggio, si innamora di lui. Così inizia la loro folle passione, che scatena l’ira e la gelosia del re libico Iarbas il quale avrebbe voluto sposare la regina. Ma il fato esige che Enea prosegua il suo viaggio: Cartagine non è la meta cui è destinato. Così i troiani salpano verso l’Italia e Didone, disperata per il tradimento e folle di dolore, si uccide maledicendo Enea e la sua stirpe e invocando odio eterno fra i due popoli.
Mosaico da Hadrumetum (attuale città di Sousse) degli inizi del III sec. d.C. (Tunisi, Museo del Bardo): Virgilio affiancato da due Muse che gli dettano i versi; con la mano sinistra tiene, aperto sulle ginocchia, un rotolo di pergamena sul quale sono scritti il verso 8 e l’inizio del 9 del libro I dell’Eneide: “Musa mihi causas memora, quo numine laeso. Quidve …”
(crédit photos INP et AMVPPC)
Pierre-Narcisse Guérin, Enea racconta a Didone le sventure di Troia, 1815
(Parigi, Museo del Louvre)

CARTAGINE PUNICA E IL MEDITERRANEO

Cartagine, «Qart Hadasht» (“la città nuova”), fu fondata secondo la tradizione nell’anno 814 a.C. dalla principessa fenicia Elissa-Didone.
La collina di Brysa dove Didone fondò nell’814 a.C. Qart Hadasht
(crédit photos INP et AMVPPC)
L’insediamento ebbe un precoce sviluppo urbanistico ed una prorompente espansione commerciale fin dal VII sec. a.C., con intense relazioni anche culturali in tutto il Mediterraneo. Tuttavia solo dal VI e poi nel V sec. si consolidò l’effettiva affermazione della città sul mondo fenicio d’Occidente, coinvolgendo oltre alla costa settentrionale dell’Africa, dove i suoi possedimenti arrivavano ai confini delle attuali Libia e Algeria, anche la Sicilia e la Sardegna e più tardi la penisola iberica. In questo periodo Cartagine stabilì solidi rapporti anche con gli Etruschi, con i quali si alleò per combattere i Focei, che esercitavano una prepotente pirateria nel Tirreno e che affrontarono nel 540-535 a.C. in una epica battaglia ad Alalia, nel mare della Corsica, evento che si concluse con una vittoria dei Focei, ma con tali perdite che in realtà portò al predominio etrusco-punico in questo mare. Subito dopo Cartagine conquistò la parte occidentale della Sicilia, dove stabilì una forte alleanza con le città elime, e la Sardegna, preziosa per le risorse minerarie e agricole.
Stele in pietra con raffigurazione di prua di nave e iscrizione punica, dal tofet di Cartagine.
Cartagine, Museo Nazionale.
(da Carthago 2020)
Nel 509 a.C. stipulò un trattato con Roma, già in prorompente espansione nel Lazio. Dallo storico Polibio (3, 22-23) conosciamo il contenuto di questo accordo, il cui testo era affisso a Roma nel tempio di Giove Capitolino: i romani non potevano navigare vicino a Cartagine e intorno alle coste sarde, mentre i cartaginesi non potevano attaccare le città del Lazio sottomesse a Roma né installarsi nel Lazio. Cartagine era situata sul mare al centro dell’ampio golfo di Tunisi, su una penisola unita al continente grazie ad un lungo istmo fiancheggiato da un lato da un ampio golfo, dall’altro dal lago di Tunisi. Il più antico insediamento punico (Quartier Didon), che si sviluppa a partire dalla fine del IX-inizi VIII sec. a.C., è stato individuato nei pressi della costa: si trattava di una città portuale, con un piano urbanistico regolare, che nel VII sec. raggiunge una estensione di circa 25 ettari. Nel Quartier Magon, a ridosso della spiaggia, sono documentate abitazioni del V-IV sec. a.C. organizzate secondo un impianto ortogonale, mentre alla fine del III sec. la zona diventa sede di ricche dimore, con peristili e lussuosi apparati decorativi, paragonabili alle domus pompeiane.

Approfondimenti

Informazioni aggiuntive

La città è strettamente legata al racconto del mitico viaggio di Enea, cantato da Virgilio nell’Eneide, come punto di arrivo dell’eroe troiano sulle coste laziali.
Secondo la tradizione ripresa da Virgilio, infatti, appena sbarcato Enea fece il primo sacrificio, in un luogo presso il fiume Numico (oggi Fosso di Pratica: Numico_1), dove poi sarebbe sorto un santuario dedicato a Sol Indiges. Inseguendo una scrofa bianca gravida, l’eroe percorse una distanza di 24 stadi: qui la scrofa partorì trenta piccoli e il prodigio offrì ad Enea un segno della volontà degli dei di fermarsi e fondare una nuova città. L’eroe incontrò Latino, il re della locale popolazione degli Aborigeni, il quale, dopo aver consultato un oracolo, capì che i nuovi arrivati non dovevano essere considerati degli invasori, ma come uomini amici da accogliere. Enea sposò dunque la figlia di Latino, Lavinia, e fondò la città di Lavinium, celebrando la nascita di un nuovo popolo, nato dalla fusione tra Troiani e Aborigeni: il popolo dei Latini. Il mito racconta che Enea non morì, ma scomparve in modo prodigioso tra le acque del fiume Numico e da questo evento fu onorato come Padre Indiges: Il padre capostipite.

La piazza pubblica della città aveva una pianta rettangolare, ornata sui lati lunghi da portici, su cui si aprivano diversi edifici: uno di questi aveva forse la funzione di “Augusteo”, luogo dedicato al culto imperiale, come sembra indicare il ritrovamento di splendidi ritratti degli imperatori Augusto, Tiberio e Claudio. Sul lato corto occidentale si affacciavano un edificio elevato su un podio, forse la Curia (luogo di riunione del governo locale), e un tempio, risalente ad età repubblicana.

Il santuario, situato ad est della città antica, era dedicato alla dea Minerva, che a Lavinium è dea guerriera, ma anche protettrice dei matrimoni e delle nascite. È stato trovato un enorme scarico di materiale votivo databile tra la fine del VII e gli inizi del III sec. a.C., costituito soprattutto da numerose statue in terracotta raffiguranti soprattutto offerenti, sia maschili che femminili, alcune a grandezza naturale, che donano alla divinità melograni, conigli, colombe, uova e soprattutto giocattoli: le offerte simboleggiano l’abbandono della fanciullezza e il passaggio all’età adulta attraverso il matrimonio


Eccezionale il ritrovamento di una statua della dea, armata di spada, elmo e scudo e affiancata da un Tritone, essere metà umano e metà pesce: questo elemento permettere di riconoscere nella raffigurazione la Minerva Tritonia venerata anche in Grecia, in Beozia, e ricordata da Viirgilio nell’Eneide (XI, 483): “armipotens, praeses belli, Tritonia virgo” (O dea della guerra, potente nelle armi, o vergine tritonia…)

Il culto del santuario meridionale nasce in età arcaica ed era caratterizzato da libagioni. Nella fase finale il culto si trasforma invece verso la richiesta di salute e guarigione, documentato dalle numerose offerte di ex voto anatomici. Sono state trovate iscrizioni di dedica che ricordano
Castore e Polluce (i Dioscuri) e la dea Cerere. La molteplicità degli altari e delle dediche è stata interpretata come testimonianza del carattere federale del culto, quindi legato al popolo latino nel suo insieme: ogni altare potrebbe forse rappresentare una delle città latine aderenti alla Lega Latina, confederazione che riuniva molte città del Latium Vetus, alleatesi per contrastare il predominio di Roma.

Dionigi di Alicarnasso, vissuto sotto il principato di Augusto, afferma di aver visto in questo luogo, ancora al suo tempo, nel I sec. a.C., due altari, il tempio dove erano stati posti gli dèi Penati portati da Troia e la tomba di Enea circondata da alberi: «Si tratta di un piccolo tumulo, intorno al quale sono stati posti file regolari di alberi, che vale la pena di vedere» (Ant. Rom. I, 64, 5)
Alba

Lavinium fu considerata anche il luogo delle origini del popolo romano: all’immagine di Roma nel momento della sua espansione e della crescita del suo potere era utile costruire una discendenza mitica da Enea, figlio di Venere, onorato per le sue virtù, per la capacità di assecondare gli dèi; di conseguenza si affermò anche la tradizione per la quale Romolo, il fondatore di Roma, aveva le sue origini, dopo quattro secoli, dalla medesima stirpe di Enea.
Secondo questa tradizione Ascanio Iulo, il figlio di Enea, aveva fondato Alba Longa, città posta presso l’attuale Albano, dando l’avvio a una dinastia, che serviva per colmare i quattrocento anni che separano le vicende di Enea (XII sec. a.C.) dalla fondazione di Roma (VIII se. a.C.), quando, dalla stessa stirpe, nacquero i gemelli Romolo e Remo, secondo la tradizione allattati da una lupa. Questi erano dunque i nipoti del re di Alba Longa. La madre era Rea Silvia e il padre il dio Marte. Romolo uccise Remo e poi fondò Roma nel 753 a.C. Lavinium diventava così la città sacra dei Romani, dove avevano sede i “sacri princìpi del popolo romano”.

Il Borgo sorge su una altura occupata nell’antichità dall’acropoli di Lavinium. In età imperiale vi sorge una domus, testimoniata da pavimenti in mosaico in bianco e nero (Borgo_1). Una civitas Pratica è ricordata per la prima volta in un documento del 1061, mentre nell’epoca successiva si parla di un castrum che fu di proprietà del Monastero di San Paolo fino al 1442. La Tenuta di Pratica di Mare, comprendente anche il Borgo, allora definito “Castello” (Borgo_2), divenne poi proprietà della famiglia Massimi e in seguito fu acquistata nel 1617 dai Borghese. Il principe Giovan Battista, nel tentativo di valorizzare il territorio con l’agricoltura, ristrutturò il villaggio nella forma che ancora oggi rimane, caratteristica per la sua pianta ortogonale e la sua unitarietà. Dalla metà dell’Ottocento la malaria, che devastava la campagna romana, causò lo spopolamento del borgo, finché Camillo Borghese dal 1880 si impegnò nell’opera di ricolonizzazione, restaurando il palazzo e intervenendo con una importante opera di riassetto della tenuta, dove fu impiantata una singolare vigna a pianta esagonale. Il Borgo e la tenuta rappresentano una preziosa area monumentale e agricola ancora intatta all’interno della zona degradata di Pomezia e Torvaianica.

Domus di Cartagine
Colllina di Byrsa. Quartier Hannibal
(crédit photos INP et AMVPPC)
Sia la cittadella, posta sulla collina di Byrsa, che l’abitato erano difesi da potenti fortificazioni, rinnovate e ampliate nel corso del V e poi ancora nel III-II sec. a.C.: la penisola, nelle parti ripide, era difesa da un unico muro, mentre l’istmo era protetto da una triplice linea difensiva. Al di fuori si estendeva un’ampia necropoli, utilizzata fin dall’VIII sec. a.C. La città punica era dotata di due porti, uno mercantile e uno militare.
La collina di Brysa: Quartier Hannibal (II sec. a.C.). Il centro monumentale della Cartagine romana copre i resti della capitale punica
(crédit photos INP et AMVPPC)
Il porto punico di Cartagine
(crédit photos INP et AMVPPC)
A poca distanza dal porto commerciale, nella zona di Salammbo, si trovava il vasto tofet, un’area di culto all’aperto rimasta in uso dalla fondazione fino alla distruzione della città, dove sono state trovate migliaia di urne e stele, molte delle quali con iscrizioni relative a voti per ottenere dagli dei aiuto e protezione.
Il santuario del tofet
(crédit photos INP et AMVPPC)

LO SCONTRO CON ROMA: LE GUERRE PUNICHE

Al più antico trattato seguirono altri patti, militari e commerciali (nel 348, nel 306, nel 279-8), ma nel tempo si acuì sempre più la rivalità per l’egemonia nel Mediterraneo, fra Roma, divenuta una grande potenza in espansione, e Cartagine, con una spiccata vocazione mercantile. Il primo conflitto (264-241 a.C.) si scatenò per il possesso della Sicilia, posta al centro del Mediterraneo in posizione strategica e prezioso granaio, e si svolse prevalentemente in mare, concludendosi dopo alterne vicende con la vittoria di Roma, ma a costo di pesanti perdite per ambedue le parti. Del secondo scontro (218-201 a.C.) fu protagonista Annibale, grande stratega che superò le Alpi e inflisse a Roma diverse sconfitte sul territorio italiano, con pesantissime distruzioni e circa 200.000 morti; ma Scipione, detto poi l’Africano, portò la guerra in Africa e sul campo di Zama ottenne nel 202 a.C. una definitiva vittoria. L’ultimo atto fu la terza guerra punica (149-146 a.C.): i cartaginesi avevano iniziato a riarmarsi ed a costruire il nuovo porto, allarmando Roma che tentò di imporre loro di abbandonare la città e ricostruirla ad una distanza di 90 stadi dal mare. Al rifiuto dei cartaginesi fu la guerra.
Busto maschile in bronzo, detto “di Scipione Africano”
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale)
(da Carthago 2020)

LA DISTRUZIONE

Dopo due anni di assedio P. Cornelio Scipione Emiliano nel 146 a.C. espugnò la città: tagliò l’istmo che congiungeva l’abitato al continente, fece costruire una torre altissima di avvistamento e controllo e chiuse l’accesso al porto, bloccando definitivamente la città, che cedette e rimase in preda delle fiamme per 17 giorni. Cartagine fu maledetta e vietata a chiunque ed i suoi possedimenti andarono a formare la provincia d’Africa, con Utica come capitale.

LA RICOSTRUZIONE E LA COLONIA ROMANA

Un primo progetto di ricostruzione della città fu ideato nel 123 a.C. quando la lex Rubria, ideata da Caio Gracco, autorizzò l’invio di 6000 coloni per fondare la colonia Iunonia Carthago, ma l’iniziativa naufragò. Nel 46 a.C., invece, dopo la vittoria di Giulio Cesare sui Numidi, Roma decise davvero di resuscitare Cartagine e nacque la colonia Concordia Iulia Carthago, destinata a diventare la grande capitale della provincia dell’Africa Proconsolare. Furono inviati numerosi coloni, suddivise le terre e venne intrapresa la costruzione di abitazioni private ed edifici pubblici: la città di Didone in costruzione che vede Enea nell’Eneide è in realtà la nuova Cartagine di età augustea del tempo di Virgilio.
William M. Turner, Dido building Carthage, or The Rise of the Carthaginian Empire, 1815, olio su tela
(London, National Gallery)
(da Carthago 2020)
Altare della gens Augusta, da Cartagine (età augustea; Tunisi, Museo del Bardo). Sui quattro lati: la fuga di Enea, la dea Roma, scena di sacrificio, Apollo, dio protettore di Augusto. L’opera testimonia la pietas di Augusto, che onora i suoi antenati e gli dei (su un lato) e la pietas di Enea, suo mitico progenitore. A destra: pannello con la fuga di Enea, che porta il padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio per mano. La scena allude alle prestigiose origini della famiglia dell’imperatore Augusto, che discende da Iulo-Ascanio, nipote di Venere. L’immagine di Enea allude però anche al mito di fondazione di Cartagine
(crédit photos INP et AMVPPC)
L’antica città punica fu sepolta sotto metri di terreno e detriti e fu coperta da una enorme piattaforma artificiale dove sorse il foro; le strade furono tracciate secondo un esteso impianto regolare che creava isolati rettangolari; vennero costruiti portici, templi, tra cui quello di Esculapio, cisterne, la basilica giudiziaria, le terme. Ai piedi della collina furono realizzati gli edifici per spettacoli: il teatro, l’anfiteatro ed il circo.
Il teatro
(da webgis.gislab.unipa.it)
Le terme di Antonino
(crédit photos INP et AMVPPC)
I porti continuarono ad essere utilizzati per scopi commerciali e si dotarono di ampi magazzini per lo stoccaggio delle merci, costruiti sopra l’antico tofet punico. Il commercio della città conobbe una grande prosperità durante l’età imperiale, con la ridistribuzione verso il mercato mediterraneo, e in particolare verso Roma, dei prodotti dell’entroterra, soprattutto grano: l’associazione dei navicularii di Cartagine ebbe una sede nel piazzale delle Corporazioni di Ostia.
Mosaico della sede dei navicularii di Cartagine, Ostia, Piazzale delle Corporazioni
(iscrizione CIL XIV, 4549, 18: navicul(arii) Karthag(inienses) de suo)
Per saperne di più
⦁ Russo, F. Guarneri, P. Xella, J.A. Zamora Lòpez (a cura di), Carthago. Il mito immortale, catalogo della mostra, Roma 2020
IN BREVE

Cartagine, la più importante delle colonie fondate dai Fenici in Occidente, situata all’incrocio delle principali rotte che univano il Nord-Africa all’Egitto, all’Oriente, alle penisole italica e iberica, ha dato un contributo importante alla costruzione della civiltà mediterranea. Metropoli punica prima e capitale della provincia romana dell'Africa poi, Cartagine è stata, nel corso della sua storia, aperta al "Mare Nostrum"; ha saputo dare e ricevere. Nell’Eneide è il teatro della storia di passione, abbandono e morte che lega la fenicia Didone al troiano Enea.

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